In questo mondo, solo coloro che si sentono umiliati all’estremo, molti più che dal chiedere l’elemosina, coloro che non hanno nessun peso sociale, ma che agi occhi di tutti hanno perso la base stessa della dignità umana, la ragione: solo costoro possono dire la verità. Tutti gli atri mentono.
Simone Weil è stata una protagonista originale e radicale del pensiero del Novecento.
La sua riflessione ha attraversato filosofia, religione, politica e letteratura, mantenendo come centro la dignità dell’essere umano.
Nata col nome di Simone Adolphine Weil il 3 febbraio 1909 a Parigi in una famiglia ebrea, laica e colta ma molto rigida. Tenuta spesso in casa a causa della salute cagionevole, era stata allevata con rigore e severità. Come forma di ribellione, aveva assunto un aspetto trasandato e mascolino, decisamente contrario alle convenzioni borghesi.
Dopo la laurea in Filosofia all’École Normale Supérieure, aveva insegnato in diversi licei.
Negli anni Trenta si era avvicinata ai movimenti operai, avviando rapporti d’amicizia e collaborazione, con noti esponenti del sindacalismo rivoluzionario espulsi dal Partito Comunista Francese.
Convinta che non si potesse comprendere la condizione operaia senza averla vissuta, nel 1934 aveva lasciato l’insegnamento per andare a lavorare come operaia in diverse fabbriche metallurgiche.
Il lavoro industriale le apparve come una forma di oppressione che annienta l’anima, riducendo l’essere umano a puro ingranaggio.
Testimonianze di questa esperienza, che ebbe gravi conseguenze per la sua salute, sono state il diario e le lettere raccolte sotto il titolo La condizione operaia (La condition ouvrière, 1951).
Nel 1936 ha partecipato alle Brigate Internazionali nella guerra civile spagnola, schierandosi con gli anarchici, ma abbandonò presto delusa dalla violenza e dalle contraddizioni ideologiche.
Negli anni successivi, ha vissuto esperienze spirituali decisive e, pur non convertendosi mai formalmente al cristianesimo, aveva sviluppato una profonda fede personale.
La sua religiosità è stata radicale e paradossale: Dio si manifesta non nella potenza, ma nell’assenza; l’amore autentico è attenzione pura verso l’altro; la verità si trova nello svuotamento dell’io.
A causa dell’occupazione nazista, si era rifugiata prima a Vichy, dove aveva redatto una prima stesura del dramma Venezia salva, poi a Tolosa e Marsiglia dove aveva pubblicato il saggio L’Iliade o il poema della forza con lo pseudonimo di Émile Novis. Visitava i quartieri più miseri, fraternizzando con le persone povere e ai margini. Intanto aveva imparato il sanscrito e studiato le Upaniṣad e la Bhagavadgītā, oltre ai classici greci e il Nuovo Testamento.
Attiva contro il governo di Vichy diffondeva propaganda e documenti falsi per aiutare le persone rifugiate.
Nell’autunno del 1941, ha lavorato come bracciante nella fattoria del filosofo contadino Gustave Thibon, probabilmente, il periodo più felice della sua esistenza.
Il suo peregrinare per scappare dal nazismo l’aveva portata in Marocco, poi a New York, per raggiungere il fratello André, dove aveva frequentato i quartieri afroamericani e le chiese battiste e, infine, a Londra dove si era unita, come redattrice, all’organizzazione France libre composta da resistenti in esilio.
Costringendosi a digiunare, in solidarietà alle persone oppresse, la sua salute, già fragile, era peggiorata rapidamente. Si è spenta, a soli 34 anni, il 24 agosto del 1943, nel sanatorio di Ashford, affetta da tubercolosi.
La sua complessa figura, accostata in seguito a quelle dei santi, è divenuta celebre anche grazie allo zelo editoriale di Albert Camus, che ne ha divulgato e promosso le opere, i cui argomenti spaziano dall’etica alla filosofia politica, dalla metafisica all’estetica, comprendendo alcuni testi poetici.
Intellettuale atipica, ha lasciato decine di migliaia di lettere, riflessioni e pensieri e, senza mai pubblicare alcun saggio accademico, ha affrontato in maniera originale i temi del lavoro, della condizione operaia, dello sradicamento e del vuoto.
Ogni suo scritto tocca l’anima delle cose, sviscerandone l’essenza e mettendone in luce le molteplici e contraddittorie sfaccettature. Per parlare della condizione operaia è andata a lavorare in fabbrica; per difendere la libertà, pur essendo una convinta pacifista, ha combattuto contro il fascismo di Franco in Spagna; per capire fino in fondo la fragilità della condizione umana, si è affamata, fino a morire di stenti.
Fuori da ogni religione, ma a suo modo profondamente religiosa, fuori da ogni partito, ma sempre socialmente e politicamente impegnata, Simone Weil è stata una pensatrice scomoda, difficile da incasellare.
Nella sua coerenza estrema tra pensiero e vita, ha guardato il dolore del mondo senza illusioni e cinismo. La sua voce risuona ancora come un richiamo esigente a giustizia, libertà e verità.















