Gulalai Ismail è un’attivista femminista pakistana, voce nota a livello internazionale nella difesa dei diritti delle donne e della minoranza etnica Pashtun del Paese.
Vive in esilio negli Stati Uniti dal 2019, dopo essere sfuggita a un mandato d’arresto per sedizione legato al suo attivismo contro le violenze sessuali commesse dai militari pakistani su donne e ragazze.
A sedici anni, nel 2002, ha fondato insieme alla sorella Saba Ismail, allora quindicenne, l’organizzazione Aware Girls. Fin dall’inizio il progetto ha unito due battaglie che Gulalai Ismail ha sempre considerato inseparabili: quella contro l’estremismo religioso e quella contro il patriarcato, indicati da lei stessa come le due forze che rendono le donne pakistane doppiamente vulnerabili. Aware Girls ha promosso leggi contro le molestie sessuali, la violenza domestica e per la tutela dei diritti riproduttivi delle donne, ha attivato una linea telefonica di ascolto, la Marastyal, per le vittime di violenza di genere, e ha lavorato per l’educazione delle ragazze e contro i matrimoni forzati.
Nel 2016, dopo aver ricevuto una pubblica accusa di blasfemia — reato che in Pakistan prevede la pena di morte — per il suo attivismo a favore delle donne, Gulalai Ismail ha scelto di non ritirarsi: ha sporto denuncia contro il suo accusatore, un gesto definito senza precedenti in una società fortemente patriarcale.
Negli anni successivi è diventata una delle voci più riconosciute del Pashtun Tahafuz Movement, che chiede conto all’esercito pakistano delle violazioni dei diritti umani commesse contro la minoranza Pashtun. È stata lei stessa a spiegare perché, tra tutte le accuse mosse contro il movimento, fosse diventata il bersaglio principale della repressione: aveva iniziato a denunciare pubblicamente le molestie e gli abusi sessuali commessi dai militari nelle aree tribali, un tema che, ha detto, “è una questione femminista“, ed è per questo che la sua voce è stata colpita più di altre.
Il 12 ottobre 2018 le autorità pakistane le hanno ritirato il passaporto e l’hanno inserita in una lista che le vietava di lasciare il Paese. È stata fermata più volte nel corso dello stesso anno.
Gulalai Ismail è un’attivista femminista pakistana, voce nota a livello internazionale nella difesa dei diritti delle donne e della minoranza etnica Pashtun del Paese.
Vive in esilio negli Stati Uniti dal 2019, dopo essere sfuggita a un mandato d’arresto per sedizione legato al suo attivismo contro le violenze sessuali commesse dai militari pakistani su donne e ragazze.
A sedici anni, nel 2002, ha fondato insieme alla sorella Saba Ismail, allora quindicenne, l’organizzazione Aware Girls. Fin dall’inizio il progetto ha unito due battaglie che Gulalai Ismail ha sempre considerato inseparabili: quella contro l’estremismo religioso e quella contro il patriarcato, indicati da lei stessa come le due forze che rendono le donne pakistane doppiamente vulnerabili. Aware Girls ha promosso leggi contro le molestie sessuali, la violenza domestica e per la tutela dei diritti riproduttivi delle donne, ha attivato una linea telefonica di ascolto, la Marastyal, per le vittime di violenza di genere, e ha lavorato per l’educazione delle ragazze e contro i matrimoni forzati. Tra le giovani formate dall’organizzazione c’è stata anche Malala Yousafzai, che sarebbe poi diventata la più giovane premio Nobel della storia.
Nel 2016, dopo aver ricevuto una pubblica accusa di blasfemia — reato che in Pakistan prevede la pena di morte — per il suo attivismo a favore delle donne, Gulalai Ismail ha scelto di non ritirarsi: ha sporto denuncia contro il suo accusatore, un gesto definito senza precedenti in una società fortemente patriarcale.
Negli anni successivi è diventata una delle voci più riconosciute del Pashtun Tahafuz Movement, che chiede conto all’esercito pakistano delle violazioni dei diritti umani commesse contro la minoranza Pashtun. È stata lei stessa a spiegare perché, tra tutte le accuse mosse contro il movimento, fosse diventata il bersaglio principale della repressione: aveva iniziato a denunciare pubblicamente le molestie e gli abusi sessuali commessi dai militari nelle aree tribali, un tema che, ha detto, “è una questione femminista“, ed è per questo che la sua voce è stata colpita più di altre.
Il 12 ottobre 2018 le autorità pakistane le hanno ritirato il passaporto e l’hanno inserita in una lista che le vietava di lasciare il Paese. È stata fermata più volte nel corso dello stesso anno.
Nel maggio 2019 è stata accusata di sedizione per un discorso tenuto durante una manifestazione. Costretta a nascondersi, ha dovuto cambiare casa di continuo per circa quattro mesi.
Ha eluso il divieto di espatrio con una via di fuga che non ha mai voluto rivelare, per proteggere chi l’aveva aiutata. Nel settembre dello stesso anno, ha raggiunto gli Stati Uniti, dove ha chiesto asilo politico.
Da allora la sua famiglia, rimasta in Pakistan, ha subito ripetute rappresaglie. Suo padre, il professor Muhammad Ismail, è stato arrestato più volte, con accuse di sedizione e cyberterrorismo; nel febbraio 2021 è stato trattenuto in condizioni durissime, senza le cure mediche necessarie, prima di ottenere la libertà su cauzione due mesi più tardi. Anche sua madre, Uzlifat Ismail, è stata incriminata.
Nel marzo 2021 Gulalai Ismail è diventata ambasciatrice globale di Humanists International. Ha ricevuto, nel corso della sua carriera, l’International Humanist of the Year Award, il Commonwealth Youth Award per l’Asia, il premio Chirac per la prevenzione dei conflitti e l’Anna Politkovskaya Award.
È stato proprio il nucleo più femminista del suo attivismo — parlare di violenza sessuale, e farlo come donna — a renderla un bersaglio più di ogni altra rivendicazione politica. Non le accuse contro l’esercito in generale, ma il fatto specifico di essere una donna che rompeva il silenzio su un tema che il potere, patriarcale prima ancora che militare, considerava intoccabile.
Because sexual issue is a feminist issue, I was the target.















