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Chandra Talpade Mohanty

Chandra Talpade Mohanty

“Le nostre menti devono essere pronte a muoversi quanto lo è il capitale, a tracciarne i percorsi e a immaginare destinazioni alternative.”

Chandra Talpade Mohanty, sociologa indiana specializzata in femminismo transnazionale e post-coloniale, ha concentrato tutto il suo lavoro a smontare le certezze del femminismo occidentale per ridisegnare la mappa del potere globale vista dagli occhi di chi sta ai margini.

Distinguished Professor alla Syracuse University, il suo lavoro unisce la ricerca accademica all’impegno politico.

Nata a Mumbai nel 1955, dopo la laurea e la specializzazione all’Università di Delhi, l’insegnamento della letteratura inglese in Nigeria, l’ha portata a riflettere sulla sua condizione di donna indiana post-indipendenza in un paese africano formalmente libero dal dominio britannico ma culturalmente ancora segnato da quel dominio. Il colonialismo non finisce con i trattati ma continua nella produzione della conoscenza, nella lingua utilizzata, nei corpi di chi la insegna e in quelli di chi la riceve.

Alla fine degli anni Settanta, per un dottorato all’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign, negli Stati Uniti, ha studiato il razzismo americano, il capitalismo globale, il modo in cui le categorie coloniali di razza e genere sopravvivono e si trasformano dentro il sistema economico contemporaneo. La figura emersa dai suoi studi — la donna immigrata dal Sud del mondo, parte della forza lavoro più marginale e più sfruttata — è diventata uno dei centri nevralgici della sua riflessione teorica sul genere razzializzato.

Nel 1986 ha pubblicato il saggio che l’ha resa nota a livello internazionale, Under Western Eyes: Feminist Scholarship and Colonial Discourses. Il testo analizza il femminismo bianco della seconda ondata che, nella sua pretesa di universalità, ha finito per riprodurre esattamente la stessa logica coloniale che dichiarava di combattere. Le femministe occidentali, scrive, si auto-rappresentano come donne istruite, emancipate, moderne, soggetti della storia. E in opposizione a questa immagine costruiscono la donna dei paesi altri come povera, ignorante, vittima passiva del patriarcato, delle tradizioni, della religione. Una donna senza storia, senza voce e autodeterminazione. Un oggetto da liberare, non un soggetto con cui costruire qualcosa insieme. Un colonialismo che si traveste da solidarietà. Un femminismo che si spaccia per universale e che cancella tutta la straordinaria eterogeneità delle esperienze di oppressione che dipendono dalla geografia, dal periodo storico, dalla cultura locale, dalla classe, dalla sessualità, dalla religione.

Il saggio, situato storicamente in un momento in cui la voce delle donne non bianche cominciava appena a farsi sentire nei movimenti femministi, ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo del femminismo intersezionale.

Del 2003 è Feminism Without Borders: Decolonizing Theory, Practicing Solidarity che raccoglie e approfondisce vent’anni di pensiero e attivismo. Qui propone la sostituzione politica di “solidarietà” al posto di “sorellanza”. La sorellanza presuppone un dolore comune, un’oppressione condivisa che appiattisce le differenze in nome di un’identità collettiva fittizia. La solidarietà, invece, partendo proprio dalle differenze, le rende visibili, le rispetta, e da lì costruisce alleanze consapevoli che scelgono di lottare insieme. È un traguardo da raggiungere, non un punto di partenza dato per scontato. Questo femminismo senza frontiere abbraccia la lotta delle donne del Sud del mondo contro le politiche neoliberiste, le unisce ai movimenti delle donne di colore negli Stati Uniti, da Mumbai a Occupy Wall Street, e individua nell’anticapitalismo e nell’antimperialismo il terreno comune su cui costruire nuove forme di soggettività femminile transnazionale.

Il pensiero di Chandra Mohanty attraversa confini disciplinari e geografici,  entra nei movimenti, nelle piazze, nelle pratiche politiche reali.

Ha insegnato a generazioni di studiose e attiviste a diffidare dell’universale, a smascherare il potere nascosto nelle categorie apparentemente neutre, a costruire teorie che non tradiscano la complessità del mondo.

Ha curato volumi fondamentali, tra cui Feminist Genealogies, Colonial Legacies, Democratic Futures e Feminism and War: Confronting U.S. Imperialism, e costruito una rete di collaborazioni di solidarietà transnazionale in azione.

Il suo contributo è fondamentale per imparare a guardare il femminismo non come un movimento omogeneo con un centro e una periferia, ma come una costellazione di lotte diverse che possono camminare insieme.

La decolonizzazione non è una metafora, ma un processo concreto che riguarda anche il modo in cui pensiamo, studiamo, insegniamo e costruiamo alleanze.

Definisco la solidarietà in termini di mutualità, responsabilità e riconoscimento di interessi comuni come base per le relazioni tra comunità diverse. Diversità e differenza sono valori centrali da riconoscere e rispettare, non da cancellare nella costruzione delle alleanze.

 

 

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